Una nuova analisi ricostruisce come le politiche introdotte dall’amministrazione Trump da gennaio 2025 abbiano contribuito a limitare la ricerca sulla salute pubblica. Il rapporto, «From Anecdote to Evidence», ha esaminato 4.200 estratti codificati provenienti da 244 fonti accademiche e giornalistiche, relative a episodi verificatisi fino a giugno 2026.
Pubblicata il mese scorso dal gruppo di advocacy Defend Research e da Research Consulting, l’analisi ha utilizzato l’intelligenza artificiale per individuare la frequenza con cui le fonti descrivevano diversi modi di limitare la ricerca a livello individuale, istituzionale e sistemico. Gli autori hanno spiegato che l’obiettivo era mostrare come misure che potrebbero sembrare isolate possano comporre un quadro più ampio.
Il meccanismo citato più frequentemente è stato il condizionamento dei finanziamenti federali, con 253 riferimenti. Il rapporto ha incluso casi in cui le sovvenzioni sono state congelate finché gli istituti non hanno accettato di modificare le politiche dei campus. Altri meccanismi rilevanti sono stati la modifica dei registri pubblici, citata 173 volte, e la riduzione della capacità delle agenzie tramite licenziamenti e accorpamenti, citata 163 volte.
Rob Johnson, direttore generale di Research Consulting, ha dichiarato a Inside Higher Ed che le modifiche ai siti web e ai set di dati federali potrebbero rendere più difficile valutare gli effetti delle decisioni governative sulla salute pubblica. Ha affermato che la rimozione dei sistemi di monitoraggio e valutazione, insieme alla cessazione delle sovvenzioni, rischia di limitare le prove disponibili per misurare tali effetti.
L’analisi ha registrato meno esempi di pressioni dirette sui singoli ricercatori: 28 riferimenti riguardavano il controllo delle loro dichiarazioni e 25 descrivevano iniziative che potrebbero scoraggiare la discussione o la ricerca. Queste ultime comprendevano modifiche preventive a programmi e contenuti, oltre all’autocensura o all’elusione di determinati argomenti.
Johnson ha affermato che l’autocensura è difficile da misurare perché i ricercatori potrebbero reagire alle priorità dell’amministrazione modificando l’oggetto delle proprie ricerche o la terminologia utilizzata, oppure allontanandosi dai settori che ritengono sgraditi. Il rapporto descrive queste reazioni indirette come parte del quadro più ampio, insieme agli interventi più diretti.
Fonti: Inside Higher Ed.